lunedì 31 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


AL COMANDO DEGLI SCARABEI


Miracolosamente, non sono oscuri poteri magici a consentire a Darkus, il giovane protagonista di Il ragazzo degli scarabei, una proficua comunicazione prima con un singolo esemplare di Chalcosoma caucasus, ovvero scarabeo rinoceronte, e poi di un intero esercito di insetti.
Questa volta c'entra la scienza, anzi la fantascienza: il progetto di un'audace modifica del patrimonio genetico di questi artropodi, al fine di renderli soggetti senzienti. Naturalmente c'è di mezzo una scienziata pazza, che presa da insane aspirazioni di potere e di ricchezza, trama alle spalle di un appassionato entomologo, ovvero il padre di Darkus, scomparso misteriosamente da una stanza nel museo in cui lavorava.
Il ragazzino, rimasto solo, va a vivere con lo zio, a sua volta eminente archeologo; ma non sarà lui ad aiutarlo a ritrovare il padre. Bertolt e Virginia, amici della nuova scuola, si uniscono all'impresa che sembra disperata, se non fosse che nella vita di Darkus entra lo scarabeo Baxter; importante anche la scoperta che i sudici vicini di casa hanno intere colonie di insetti 'senzienti', sfuggiti chissà come alle grinfie di Lucretia Cutter, versione horror della perfida Crudelia disneyana.
Trovata la prigione in cui è rinchiuso il padre, sarà un gioco da ragazzi per Darkus e i suoi amici, alla guida di un brulicante esercito di insetti, mettere fine, almeno temporaneamente, alle trame di Lucretia e recuperare il padre nelle segrete del palazzo di lei.

Siamo di fronte a un romanzo di 'onesto artigianato', senza particolari picchi d'eccellenza ma con alcuni pregi non indifferenti: intanto una trama originale, con una chiave fantascientifica, ma con numerose interessanti notizie su animali di solito trascurati, disprezzati: basare una storia d'avventura sulle proprietà di diverse specie di insetti, e di scarabei in particolare, è senz'altro originale e sono ben pochi ad averci provato, fra questi il ben più inquietante Il nido. Un ritmo sostenuto, che consente anche ad un lettore o lettrice ancora non esperto di leggere agilmente le trecento pagine e più. Poi, finalmente, un'avventura che non ha bisogno di maghi o superpoteri per sbrogliare la matassa.
Probabilmente per l'argomento, per la copertina , creata da Julia Sardà, con uno scarabeo sulla testa di un ragazzino, il libro non ha avuto il successo che meritava: il pregiudizio nei confronti degli insetti è ben radicato e fa retrocedere eserciti di mamme e nonne munite dei migliori propositi. Non è escluso che un'auspicabile edizione economica non possa dare una seconda occasione ad un romanzo, scritto con abilità dall'inglese M.G. Leonard, con la consulenza di Sarah Beynon. Lo consiglio, come agevole e divertente lettura estiva a ragazze e ragazzi, dagli undici anni in poi, che non abbiano pregiudizi nei confronti del microscopico mondo degli artropodi.

Eleonora

“Il ragazzo degli scarabei”, M.G. Leonard, traduzione di G. Iacobaci, copertina di J. Sardà. De Agostini 2017


domenica 30 luglio 2017


CAPPERI!


Una delle innumerevoli fortune che comporta lavorare nella casa editrice orecchio acerbo è quella di ricevere annualmente uno o più barattoli, con preziose etichette disegnate da grafici di chiara fama, di capperi panteschi (e anche finocchietto selvatico e zibibbo).
I capperi a casa nostra sono molto amati. 
Il professore per esempio è stato visto spesso spalmare della maionese su una fetta di pane e poi ancorarci sopre numerose palline di cappero. E mangiarseli così.
Io non arrivo a tanto, ma le frittelle di capperi ieri hanno allietato la mia temporanea solitudine.

Ingredienti
2 uova

1 pizzico di sale

150 g di farina 00

200 ml di latte

100 g di capperi in salamoia

due pizzichi di aneto secco (o un rametto fresco)

150 g di patata bollita grattugiata grossolanamente
olio di semi per friggere q.b


Per prima cosa mettete a lessare due patate piccole e poi occupatevi delle uova: separate l'albume dai tuorli che monterete con le fruste finché non raddoppiano il loro volume (ci vuole un po' di tempo, e io fino all'ultimo ho dubitato che fosse possibile).
A questo punto ai rossi 'maggiorati' aggiungete il latte, la farina, l'aneto, la patata bollita grattugiata alla meglio, i capperi e mescolate delicatamente.
Le chiare che avevate messo da parte vanno adesso montate a neve ferma e poi aggiunte con la dovuta delicatezza, mescolando con una spatola dall'alto in basso, a resto del composto in modo che non si smontino.
Mettere in un padellino abbondante olio per friggere e quando è caldo (ho imparato da Piccole ricette, fonte inesauribile di saperi e anche di questa ricetta, che basta mettere la punta di un bastoncino di legno per vedere la giusta temperatura: se fa le bollicine intorno al legno vuol dire che l'olio è a temperatura).
Con un cucchiaio versate un po' (un cucchiaio colmo è la giusta dose) di composto morbido nell'olio. Non mettete tante frittelle tutte insieme a friggere, ma solo poche per volta. Vedrete che all'istante si gonfiano (credo per tutto quello sbattimento procurato alle uova) e si dorano. Toglietele e mettetele a scolare dell'olio in eccesso su carta assorbente e mangiatevele ancora tiepide.


Il fatto che fossi da sola ha comportato che io le mangiassi anche fredde e, come si dice, fritta è buona anche una scarpa vecchia...

Carla

venerdì 28 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO LA VOLPE FECE TESTAMENTO
  
Ti ricordi ancora, Zoran Drvenkar, Jutta Bauer 
(trad. Anna Patrucco Becchi)
Terre di Mezzo Editore 2017


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Ti ricordi quando le nuvole si sono messe a confabulare e di colpo si è fatto buio e ha cominciato a piovere? Allora abbiamo cercato riparo e abbiamo visto un albero che aveva allargato le braccia come un portiere in attesa del pallone. Ci siamo messi sotto l'albero e abbiamo ascoltato lo scrosciare della pioggia. E a volte le gocce scivolavano tra le foglie e le acchiappavamo con la lingua. E una sapeva di menta e un'altra di pietra fredda. Una era dolce come limonata e un'altra salata come le lacrime."


Forse seduti in un caffè due vecchi amici ricordano pezzi importanti della loro infanzia trascorsa insieme. Condivise le avventure - chi ha paura delle avventure può restarsene a casa - con gnomi in bici che parlano una lingua piuttosto astrusa, capre che disdegnano le mele e giocano a carte, soli da spostare, cani che apprezzano la musica, gocce di pioggia che sembrano diamanti, talpe in cerca di scrittori (poi lo hanno trovato) e volpi che fanno testamento, mandrie di mucche che scuotono persino la Tour Eiffel. E poi la pelle d'oca intorno alle lucciole.
E, per chiudere la giornata, il ritorno a casa dove ci si addormenta, non prima di essersi messi naso contro naso ed essersi promessi l'un l'altra di tornare presto ad altre avventure. E deve essere proprio andata così se, ora da vecchi, son lì a ricordare...


Ricordo per ricordo: esattamente quindici anni fa mi innamorai di Jutta Bauer. Complice Urlo di mamma. Lo regalai immediatamente a mia figlia con una dedica lapidaria: 'SCUSA! (da leggere urlando)' e ricordo di essermi divertita moltissimo a seguire il dibattito che il libro aveva suscitato con quell'urlo materno che faceva a pezzi il piccolo. A onor del vero, i singoli frammenti sono poi ricuciti con cura dalla medesima che conclude chiedendo scusa...Ma tant'è: molti scudi si sollevarono e lo 'bandirono' dalle buone letture per i più piccoli.
A me il dibattito parve subito inconsistente di fronte alla bellezza del disegno e alla autenticità del racconto. Quindi lo ignorai e continuai ad amare in modo incondizionato Jutta Bauer. Poi amai la Pecora Selma, poi amai Emma che ride e che mangia poi mi tolsi il cappello davanti al genio de Il libro delle cose reali e fantastiche. E ancora oggi devo constatare che la Bauer mi pare grandissima nella sua semplicità e leggerezza di segno. Il testo di Zoran Drvenkar, un crescendo dell'immaginazione che tocca vette di non sense notevoli, le ha dato lo spunto per ricorrere ancora una volta al suo naturale ammortizzatore che ha il pregio attutire ogni eccesso per renderlo 'normale', quotidiano.


Nelle grandi tavole a colori che occupano di solito la pagina destra (talvolta si espandono anche a sinistra), in una sorta di naturale equilibrio con il molto testo, la Bauer tranquillizza il suo lettore, lo accarezza con piccoli accorgimenti: un orso di peluche, frequenti gesti di intesa e di affetto fra i personaggi, abbracci, corpi piccoli e tondeggianti nei loro profili sempre vicini e spesso speculari l'uno all'altra. Pochissimi tratti di grande efficacia per renderli entrambi immediatamente riconoscibili: lui biondo e riccio, lei con capelli lisci e scuri. Caratteri che ritroviamo, mutatis mutandis, nei meravigliosi schizzi a matita che sono il contrappunto attuale di ciò che il testo racconta essere accaduto nel passato remoto. Ti ricordi quando...? Come se esistesse un sottile filo che lega il passato al presente. E noi siamo lì a testimoniarlo.


Certo la sostanza di questa storia sta nella potenza del ricordo, ma io andrei anche un passo oltre, notando come il ricordo talvolta abbia il pregio di distorcersi nella nostra mente, allontanandosi di fatto dalla realtà e mantenendo di sé non tanto i fatti accaduti, ma i sapori, gli odori e i colori. Ed è in questo quid il bello di quanto raccontano Zoran Drvenkar e Jutta Bauer nella commistione di vero e immaginato, di esagerato e normale, di racconto assurdo narrato con una pacatezza testuale che è dovuta anche a una sensibile traduzione. 


È di nuovo un fatto di delicato equilibrio. Raggiunto.

Carla

mercoledì 26 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


COME UN ALBERO COLPITO DA UN FULMINE


Capita che un albero colpito da un fulmine possa mostrare esternamente pochi segni dell'evento, pur essendo morto, dentro.
Questa metafora descrive bene la condizione di quei bambini-soldato che riescono a sfuggire alla morsa dei loro aguzzini.
Il bambino soldato. Storia vera di un ragazzo che è riuscito a salvarsi dalla guerra, di Keely Hutton, è il romanzo, pubblicato nella Contemporanea della Mondadori, che racconta la durissima vicenda di Ricky, ex bambino soldato nell'Uganda degli anni Novanta.
E' difficile parlare di libri di questo genere, che affondano le loro radici nella realtà, che sia della cronaca o della storia. Personalmente diffido delle storie a tema, in cui spesso prevale l'intento pedagogico nell'andamento del racconto. Ma ci sono eccezioni. Una è rappresentata, ad esempio, dal romanzo curato da Dave Eggers, Erano solo ragazzi in cammino, che ho spesso citato; un altro, I fantasmi di Portopalo, è il drammatico reportage giornalistico di Giovanni Maria Bellu su uno dei primi naufragi di migranti nella storia recente del Mediterraneo.
L'efficacia di queste storie nasce dalla capacità degli autori, di chi raccoglie le esperienze di vita dei protagonisti, di farci entrare completamente in una situazione apparentemente lontana, raccontandoci storie avvincenti come un thriller.
La storia di Ricky Richard Anywar è durissima, crudele, densa di violenza e di sopraffazioni. Racconta della modalità d'azione di uno dei tanti signori della guerra che seminano la morte in tante parti dell'Africa: razzie, uccisioni di massa, rapimento degli adolescenti, maschi e femmine: i primi per andare a ingrossare le fila di questi eserciti straccioni, le seconde per gli scopi che facilmente si immaginano, di 'conforto' dei capi. Ci sono due aspetti che balzano agli occhi: il ribollire di situazioni simili, laddove ci sono guerre civili, scontri fra clan ed etnie, differenze politiche e/o religiose, in territori che superficialmente e ingenuamente riteniamo lontani, e alieni al nostro modo di vivere. Ma ricordiamo la guerra dei Balcani? E la strage di Beslan? Europa, civilissima Europa, pochi decenni fa. L'altro aspetto, che è poi il centro di questo romanzo, è quello rappresentato da figure tragiche come quella del protagonista e i tanti altri le cui vite sono state spezzate. Tragiche perché riuniscono in sé il ruolo della vittima e del carnefice: spogliati di tutto, a cominciare dai legami familiari, vessati, affamati, umiliati, ridotti in sudditanza materiale e psicologica, questi ragazzini, a volte bambini, diventano attori di atrocità indescrivibili. L'annientamento della volontà, della memoria, dei legami affettivi è parte integrante dell'addestramento. Cosa si è disposti a fare per sopravvivere? E, soprattutto, se ne può uscire fuori? E' possibile il perdono, la riconciliazione?
Senza fare i conti con il passato è impossibile costruire il futuro, ma lo è anche se a vincere è lo spirito di vendetta.
Questa è la cruna dell'ago attraverso la quale è necessario passare.
Keely Hutton è una giornalista e questo le consente di avere uno stile asciutto, quasi distaccato nel raccontare l'inimmaginabile; ma non mancano momenti di poesia, come quando cita la fiaba africana, contenuta nella raccolta Le mie fiabe africane di Nelson Mandela (Donzelli, 2002), della Madre nella luna, le cui lacrime disperate inondano quelle terre martoriate.

Immagino senza difficoltà una miriade di obiezioni al proporre questa lettura a ragazzi e ragazze maturi, direi fra la fine delle medie e l'inizio delle superiori. E' indiscutibilmente un testo dal forte impatto emotivo, che credo abbia senso se alla lettura si possono affiancare spiegazioni, doverose, dei motivi storici economici e politici che queste situazioni creano e alimentano. Nello stesso tempo, questa storia rappresenta un'efficace e dolorosa finestra sul mondo reale, quello stesso mondo reale che spinge tanti disperati sulle nostre coste. Infine mi piacerebbe sapere cosa pensano i nostri ragazzi e ragazze della possibilità di redenzione, di cambiamento, di cui questo libro è testimonianza diretta. Il nostro Ricky, infatti, ex bambino soldato, ora si occupa del recupero dei bambini e dei ragazzi sfuggiti all'inferno.

Eleonora

“Il bambino soldato”, K. Hutton, traduzione di Stefano Andrea Cresti, copertina di K. Negley, Mondadori 2017






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lunedì 24 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SOTTILE LINEA ROSSA



La grande storia di un piccolo tratto, Serge Bloch  
(trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy, 2017

ILLUSTRATI

"Stavo camminando quando l'ho visto.
Era un pezzettino lungo il sentiero.
L'ho raccolto. L'ho guardato.
Nell'incavo della mia mano
era veramente una cosina.
Un pezzettino di un niente.
Me lo sono messo in tasca, al calduccio,
e l'ho portato a casa."


Riposto con cura nella scatola dei tesori di questo bambino, quel pezzettino di niente è restato lì più o meno dimenticato. Il pensiero però ogni tanto ci tornava e alla fine da quella scatola è uscito ed è finito sul foglio bianco. Si è mosso, è cresciuto e poi, stanco, si è acciambellato. Ma da quel giorno tra quei due è nata un'amicizia che è cresciuta con il fare cose assieme: prima piccole, poi sempre più grandi.
Condivise erano anche le emozioni e non sempre era facile essere vicini. Alle volte spariva il tratto, ma poi tornava sempre e la preoccupazione cessava. Insieme potevano fare belle cose, come divertire i bambini o far ridere o far piangere la gente. Insieme hanno girato il mondo, e hanno fatto scorrere il tempo e poi, di comune accordo, hanno preso una decisione importante...

La storia di una relazione: quella tra un disegnatore, Serge Bloch, e il suo tratto, un segno rosso in un mondo quasi tutto in bianco e nero; unica eccezione, un po' di blu che spunta qua e là.


Raccontata con quelli che sono i tratti consueti della poetica di questo autore: la capacità di sintesi, il disegno 'disimparato', il dialogo tra oggetto e segno, la padronanza del bianco, ironia e poesia in perenne dialogo, lo sguardo, la profondità, la capacità di dare un'anima, un senso all'esistenza.
Non credo che siano solo questi i punti fermi, sorta di punti cardinali, cui ancorare la mappa Serge Bloch per poterla leggere e interpretare.
Tuttavia essi possono costituire un buon punto di partenza.


Se mi è permesso, partirei dalla forma per poi arrivare alla sostanza.
"Neanche un giorno senza una linea" (quando Paul Klee riprendeva Plinio il Vecchio). La linea è la sua lingua. E' una linea talvolta veloce, talaltra accurata, per definizione sempre sintetica.
Essa è esito di un processo di 'allontanamento' dalla forma perfetta e sapiente del bravo disegnatore che privilegia in sua vece certa verginità e ingenuità del tratto infantile. Va da sé, come diceva Calvino a proposito della scrittura, ovvero che la leggerezza è la risultante di un sapiente lavoro di sottrazione, che anche la linea di Bloch si genera per eliminazione. Il suo segno 'infantile' nasce da una grande capacità disegnativa che però, in nome della sintesi, si libera di tutto il suo bagaglio acquisito per tornare a una forma primigenia. Ripeto ciò che ho notato altrove, "Mi ci è voluta una vita per imparare a disegnare come un bambino" (Pablo Picasso), il disegno è il linguaggio espressivo naturale dei bambini. Non dobbiamo dimenticarlo.


Il secondo elemento formale che è cifra costante in Bloch è la commistione, o per meglio dire il dialogo, che lui cerca tra elementi compositivi differenti: di solito oggetti fotografati che, usciti di contesto, dialogano in modo non convenzionale con la linea. In questo libro accade nel momento di massima tensione: il finale.
Altre volte l'intero libro si costruisce sull'oggetto (Io aspetto, Kite 2015): il filo rosso. Oppure è il frutto di una felice alternanza (Il nemico, Terre di mezzo, 2014). Ed è sempre una gioia per lo sguardo e un cambio di registro che accende l'attenzione, spostando di fatto il punto di vista dell'osservatore per metterlo, parole di Bloch, nella condizione di fargli credere che ciò che vede sia autentico.


Ulteriore elemento formale è l'uso del bianco, o per converso il disuso del colore da parte di Bloch. Ancora sue le parole che privilegiano il tratto, il disegno rispetto al colore. "A me interessa il segno, non il colore". Unica deroga in questo libro, alcune pagine in cui il colore è dato a pennellate liquide e veloci con il fine di creare volumetrie: il mare, la città. Altrimenti anch'esso soggiace al segno, nella linea rossa assoluta protagonista, o in quelle, più rare, blu.
Il registro dell'ironia è di nuovo un elemento costante nei suoi libri.
L'ironia genera sorriso e non risata e anche qui sono molti i momenti in cui il sorriso nasce nel lettore. Per motivi diversi: i lettori piccoli sorrideranno per il grande scarabocchio che è connesso con "quando io urlavo, lui impazziva", mentre i grandi sorrideranno per il tremolio di "non era sempre semplice vivere con lui. Me ne faceva vedere di tutti i colori". Sottile, lieve, la vena ironica è per definizione timida e non per tutti. Talvolta amara, ma sempre molto connessa con la poesia con cui Bloch legge il mondo e l'umanità.


E a proposito di poesia entriamo nella sostanza dei libri di Bloch, compreso questo che sembra essere, oltre a un omaggio al disegno, un bel modo per raccontare una vita, la sua. Diventa lirico nella suggestione creata da "A volte ci sedevamo uno accanto all'altro. Lui si allungava, disegnava l'orizzonte. Guardando bene, si poteva vedere una nave in lontananza" e un personaggino chiuso nelle sue ginocchia con l'occhio, punto nero, puntato lontano, su una sottile linea rossa e su un segnetto in fondo, la nave.
Ed ecco lo sguardo, elemento compositivo e sostanziale per raccontare il mondo e l'umanità che lo abita. Non è forse lo sguardo specchio dell'anima?Ragionavo su questo a proposito di un altro suo bel libro (Ti sfido a non sbadigliare, Edizioni Clichy 2016), quando a uno sguardo nel buio è dedicata una intera doppia pagina. Scrive Bloch che lo sguardo tanto più è evidente e prende spazio nel disegno, tanto più genera vita nel personaggio.


E così, senza quasi accorgersene, arriviamo all'ultimo punto cardinale della nostra mappa: la profondità dei suoi libri che deriva dalla sua capacità di dare anima e quindi un senso alle storie che disegna. Ancora una volta mi aggancio alle parole dello stesso Bloch: "il disegno è una sorta di finestra aperta davanti a un mondo di personaggi. Un teatro in miniatura che io ho la possibilità di animare" o ancora "io disegno cose, persone e circostanze che chiamo dentro attraverso il disegno".
E così, in soli 4 giri di pagina, e sole 8 parole è in grado di raccontare vent'anni di una esistenza. Valicando spesso i testi non suoi attraverso una sempre personale lettura, oppure in questo dialogo con il disegno, La grande storia di un piccolo tratto, riesce a mettere a fuoco questioni nodali: il rapporto con l'altro, l'autodeterminazione, la relazione genitori/figli.
Se non è un genio questo...

Carla


venerdì 21 luglio 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


PARLIAMO ANCORA DI INTELLIGENZE

Due libri usciti da poco, Animali Architetti e Animali dottori, pubblicati da Ideeali, trattano in modo inconsueto il consumato argomento delle curiosità sul mondo animale.


Il progetto editoriale che sottende entrambi è evidentemente quello di coniugare rigore scientifico e semplicità dell'esposizione, accompagnata dalle immagini efficaci di Julio Antonio Blasco; entrambi i libri vedono una sequenza di schede in cui viene descritta l'attività oggetto di indagine, la costruzione di un nido oppure un metodo di auto cura, affiancate ai dati essenziali relativi all'animale in questione.
Animali architetti vede all'opera un giovane architetto, Daniel Nassar, appassionato di architetture animali; il libro ci racconta in modo dettagliato come alcuni animali abbiano capacità costruttive sorprendenti; e, se le caratteristiche di un formicaio possono essere più o meno note a tutti, sono meno conosciuti i dettagli, le modalità di costruzione, le incredibili capacità tecniche.


Nello stesso modo in Animali dottori, nato dalla collaborazione fra Angie Trius, veterinaria, e Mark Doran, neurologo, si descrive una serie di 'rimedi' naturali che le diverse specie adottano per eliminare i parassiti, curare le ferite, digerire meglio, provocare il parto.
Vi sembra poco? Ancora una volta, qui in modo esplicito, giovani lettrici e lettori sono messi di fronte a comportamenti animali che evidenziano capacità che fanno pensare a forme diverse di 'intelligenza'.


Solitamente, le abilità mostrate dagli animali sono state attribuite all'istinto, cioè competenze previste dal codice genetico delle diverse specie. Ma sono ormai decenni che questa interpretazione del comportamento animale è stato messa in discussione. Come dice il primatologo Frans de Waal nel suo ultimo libro (Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?, Cortina Raffaello 2016), ci sono più 'intelligenze', capacità diverse di interagire positivamente con l'ambiente e noi umani siamo ben lontani dal comprenderle veramente.
Molti comportamenti sono in realtà tramandati di generazione in generazione, esistono usi e costumi, linguaggi locali, che riguardano, ad esempio, mammiferi marini, primati, uccelli.
Cosa possono trarre bambine e bambini, dagli otto anni in poi, da libri come questi? Certo non insondabili questioni filosofiche, quanto la consapevolezza di quanto poco sappiamo, quanto ci sia ancora da comprendere, quanto labili siano i confini che appaiono superficialmente evidenti.
Talvolta basta spostare il punto di vista, l'approccio, per raccontare il mondo in modo originale, per stimolare domande interessanti, nuove, tra l'altro proponendo dei libri ben fatti, corretti nel contenuto, chiari nell'esposizione e con un'impaginazione e una grafica ben equilibrate. Non guasta nemmeno l'abilità dell'illustratore, che ci regala dei bei ritratti animali.


Eleonora

“Animali architetti. Scoprite come gli animali progettano e costruiscono case formidabili”, D. Nassar, J.A. Blasco, Ideeali 2017
“Animali dottori. Scoprite i modi strabilianti con cui gli animali curano se stessi”, A. Trius, M. Doran, J.A. Blasco, Ideeali 2017


mercoledì 19 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


EL DUENDE, O DELL'INQUIETUDINE

Il catalogo dei giorni, Luca Tortolini, Daniela Tieni
Kite Edizioni 2017


ILLUSTRATI DA GRANDI (dai 12 anni)

"Ci sono i giorni in cui aspetti.
Una risposta, un risultato medico,
che l'autobus arrivi.
Non fai caso a molto altro.
Vai veloce e vuoi che un altro giorno inizi.

Ci sono i giorni felici e i giorni tristi."

Come si può immaginare, in questi giorni le decisioni vengono su da sole. Poi ci sono i giorni che non ti aspetti, quelli che vengono fuori dai ricordi, quelli che ti vedono in solitudine e con un gran freddo addosso, mentre il resto del mondo smania dal caldo. Giorni in cui ci si sente colpiti, feriti e si vorrebbe ferire per vendetta, ma poi passa e si rimane lì a chiedersi, ne sarebbe valsa la pena?
E poi ci sono le giornate stupide oppure confuse in cui si dà inizio a mille cose e neanche una se ne porta a termine.
E poi ci sono quei giorni fatali in cui prendi una decisione che sembra un taglio, un confine da non valicare più. E così deve essere e così è.
Niente paura, ci sono anche i giorni in cui si ama e in questi non fai altro che viverli. E osi, finalmente, vivere.


Ci sono autori che della forma catalogo hanno fatto, più o meno consapevolmente, la loro sigla espressiva ideale.
Luca Tortolini mi pare uno di loro. L'altra è la geniale Susanna Mattiangeli.
Nei libri di Tortolini che conosco meglio - Le case degli altri bambini (con le tavole di Claudia Palmarucci, Orecchio Acerbo 2015), che ha vinto come Opera Prima a Bologna lo scorso anno e L'inconnu (con le tavole di Daniela Iride Murgia, Notari, 2016)- la costruzione avviene per giustapposizione di scabri elementi singoli che poi, assemblati, danno un quadro d'insieme su un tema voluto: abitare, essere un bambino.
Il catalogo dei giorni questa cifra la dichiara già dal titolo. E altrettanto presto ci si rende conto che si è in un libro 'da grandi'. Quello speciale gruppo di 'grandi' che è lì a macerarsi in mille dubbi esistenziali, che vive tutto attraverso grandi emozioni, che vive l'imperfezione come una macchia visibile e indelebile, che ama isolarsi ma anche essere cercato...insomma, gli adolescenti.


Io non so dire se Luca Tortolini lo abbia scritto, guardando loro o più probabilmente la propria adolescenza, ma tanta inquieta catena di situazioni io la ascrivo a chi sta cercando un proprio posto nel mondo. 
E l'adolescenza è il momento per cominciare a farlo.
La forma quasi poetica che Luca imprime a questa intima e spesso malinconica riflessione sull'avvicendarsi dei giorni e delle emozioni mi pare distante anni luce dal catalogo ideale delle giornate di un bambinetto o di una bambinetta di 6 o 7 anni. Per contrasto è perfetta, nella scelta di poche frasi dal tono universale nella loro indeterminatezza, per accendere la riflessione di uomini e donne in erba.


Se è lontana dall'infanzia è invece puntuale nel descrivere una giovane donna che aspetta l'esito, forse, di un test di gravidanza, o una figlia che ricorda, forse, la propria madre nell'infanzia, o un giovane uomo, forse, ferito nell'orgoglio e anche un po' nell'apparenza, o ancora adulti che con tragica consapevolezza indossano una maschera pur non volendolo. Senza forse.


Il dialogo silenzioso e intenso che le illustrazioni creano con il testo è l'altro elemento che mi conferma una complessità di riflessione piuttosto adulta. E il registro che esse hanno -più spesso 'lunare' e talvolta 'solare' con una sorta di duende che le attraversa- si adegua al tono intimo delle riflessioni di Tortolini.
Kite, peraltro, non mi sembra nuova a questo 'utilizzo' della forma e del linguaggio dell'albo anche per un pubblico ben più cresciuto.
E allora ben vengano le interpretazioni simboliche e anche molto terrene di Daniela Tieni, che in più di un caso sa raccontare uno stato d'animo collocandolo in un contesto riconoscibile, dandogli però allo stesso tempo quel carattere di simbolo universale. I soli su una coperta che deve togliere un freddo di solitudine ne sono il paradigma.
La tavola conclusiva vale tutto il resto del libro. 
E brava Daniela Tieni, così tanto cresciuta nella consapevolezza del colore e dello spazio in generale, e del bianco della pagina in particolare, rispetto a Confesso che ho desiderato.
Detto che un catalogo lavora per accumulazione, giustapposizione di immagini e/o parole per fornire in fondo una visione unica, d'insieme, resta da chiedersi quale sia l'oggetto di detta visione. Io credo di saperlo, dall'alto dei miei 57 anni: è la vita.



Carla

Noterella al margine. Un dettaglio mi ha colpito, l'uso alternato -nell'incipit pressoché sempre identico a se stesso- dell'articolo determinativo che arriva felicemente e poi tristemente scompare...chissà. Continuo a pensarci.

lunedì 17 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CATTIVI E PIU' CATTIVI



E' indiscutibile che un Carcharodon carcharias, ovvero grande squalo bianco, appartenga alla categoria dei cattivi. Talmente tanto da incarnare, nel nostro immaginario, il super predatore alla cui vista un essere umano non può che impietrire dalla paura. Ma Bertrand Santini, geniale autore de Lo Yark, nel suo nuovo libro, Giona. Lo squalo meccanico, ci suggerisce una diversa riflessione.
Il protagonista è, appunto, Giona, uno squalo meccanico ed ex stella del cinema, protagonista di una serie di film horror, e qui ogni riferimento è assolutamente voluto. Insieme ad altri protagonisti, di metallo e plastica, di numerosi film, passa il suo tempo terrorizzando gli annoiati spettatori di un parco di divertimento a tema, MonsterLand.
Ma i suoi ingranaggi sono ormai deteriorati e il cinico proprietario del parco lo vuole impietosamente rottamare. A salvarlo ci pensa l'amico Grogzilla che, incurante del pericolo lo porta fino al mare. La nuova vita di Giona, mosso dal desiderio del tutto irrazionale di trovare la sua mamma, è piena di insidie. Convinto di fare la cosa giusta, si presenta di fronte a una spiaggia turistica, terrorizzando tutti i presenti. 


In questa occasione incontra quello che sarà un nuovo decisivo amico, Loopy, un pinguino saltarocce, ma soprattutto scatena una spietata caccia allo squalo, cui partecipa un losco, ributtante individuo, di nome Grisby, ex lupo di mare con una scimmia male impagliata sulla spalla.
Tutto sembra volgere al peggio, quando una balena dalla memoria lunga consiglia ai due malconci fuggitivi di cercare in Antartide una certa fata dai capelli turchini, che potrà realizzare al meglio, forse, il desiderio di quel cuore puro, assolutamente metaforico, di un pescecane finto.
Come lo Yark, anche Giona, nel suo incarnare la 'cattiveria' di un predatore, risulta molto più onesto di tutti i benpensanti che gli danno la caccia, la cui vita è infarcita di molteplici crudeltà. Ma qui il discorso dell'autore, affiancato dai disegni di Paul Mager, si fa più complicato: non si tratta solo di provare simpatia per un personaggio teoricamente 'cattivo', come per altro spesso accade. Si tratta di ribaltare il punto di vista, guardando al genere umano per quello che sta dimostrando di essere. Un crudele sistematico distruttore di natura e di vite. Ma Santini si guarda bene dal farci una predica: il suo linguaggio è comico, grottesco, eccessivo, ti strappa una risata anche quando racconta qualcosa di orribile. C'è amarezza e disincanto nel suo sguardo sul mondo, ma c'è anche la risata liberatoria che accompagna la rivincita dei reietti, dei 'mostri' cui la civiltà dà la caccia pur considerandoli eticamente indispensabili.


Giona è sicuramente una storia più complessa rispetto a Lo Yark, densa di riferimenti cinematografici e di riflessioni pungenti su ciò che siamo; ma non è mai pedante, anzi, l'autore irride con una vena quasi goliardica all'ipocrisia del perbenismo dominante.
E' una lettura a più livelli, che risulta divertente a partire dai dieci anni, ma che può suscitare interessanti questioni in quei ragazzi e quelle ragazze che cominciano a farsi domande più serie su chi è davvero cattivo, anzi direi sulla natura stessa della cattiveria.
Bene ha fatto l'editore Officina Libraria che con il suo marchio LO ha portato in Italia due storie, che presto, a quanto pare, diventeranno anche film e che, credo, rimarranno ben impresse nella memoria di lettori e lettrici.



Eleonora

“Giona. Lo squalo meccanico”, B. Santini, Officina Libraria 2017



domenica 16 luglio 2017


LA TORTA DI PANE VECCHIO

Sono cresciuta con alcune certezze: una, che il pane ancorché vecchio e duro non vada mai buttato. Tanto mi deve aver colpito questo diktat impartitomi nell'infanzia che io, a tutt'oggi, del pane non butto nulla. Delle fette avanzate faccio pan grattato, conservo tutti i cupizzi delle mie pagnotte, distribuisco equamente le briciole tra piccioni sul davanzale di sinistra e merli e passeri nella vaschetta del terrazzo a destra. Dei cupizzi in particolare, per durezza, faccio elargizione alla scrofa Elena (di troia), che appartiene a Clara, la signora che vende le verdure al mercato.
Adesso però ad Elena arriva più poco, perché ho scoperto questa torta qua.
E la ricetta arriva da un altro pezzo della mia infanzia, Il cucchiaio d'argento, libro che non poteva mancare nelle case delle signore. Il mio, o meglio quello di mia madre, Mallalla, data 1962, con dedica che segna un'epoca.



Ingredienti
200 gr di pane raffermo
2 bicchieri di latte
1 cucchiaio di farina
5 gr di lievito
100 gr di zucchero
2 tuorli
un pizzico di sale
la buccia grattugiata di un limone e/o di una arancia
uvetta
burro e pan grattato


Fate a pezzetti il pane quindi mettelo in una ciotola capiente e versatevi sopra il latte. Lasciatelo riposare fino a che tutti i pezzi non si siano ammorbiditi. Se c'è molto latte avanzato, scolatelo altrimenti versate il tutto in un frullatore e frullate fino a che non otterrete un composto morbido e vellutato. Riversate il tutto nel ciotolone di prima e aggiungete la farina setacciata con il lievito, lo zucchero e le uova. A questo punto aggiungete le uvette e la buccia grattugiata di limone e/o arancia. Abbondate di quest'ultima.
Avrete ottenuto un impasto ben liquido che verserete in una teglia rigorosamente angolare che avrete prima imburrato e cosparso di pan grattato. Lo spessore dell'impasto deve essere alto al massimo un dito.
Infornate a 160° e fate cuocere per 50 minuti, cioè fino a che non comincia a colorirsi.
Una volta freddata, cospargetela di zucchero semolato (non a velo).